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Testata registrata presso il Tribunale di Patti Reg. n. 197 del 19/07/2006  - ISSN 1974-9562
 

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La riforma federale dello Stato e la salvaguardia delle Autonomie Locali
 

CARLO RAPICAVOLI*
 

 


L’approvazione della Carta delle Autonomie da parte della Camera dei Deputati e del primo decreto attuativo del federalismo, che prevede il trasferimento dei beni demaniali dallo Stato alle Regioni e agli Enti Locali, la predisposizione dei successivi decreti attuativi e l’approvazione della Relazione sul federalismo da parte del Consiglio dei Ministri, concernente il quadro generale di finanziamento degli enti territoriali e l’ipotesi di definizione dei rapporti finanziari tra Stato, regioni e enti locali, hanno segnato tappe importanti verso un processo di riforma ormai essenziale per la sopravvivenza stessa e il futuro delle nostre Istituzioni.

E’ stata del tutto smentita la pretestuosa tesi di chi sostiene che il federalismo farebbe aumentare i costi a carico del bilancio dello Stato. Pretestuosa in quanto la riforma federale riguarda l’organizzazione dello Stato nel suo complesso, avvicinando l’erogazione dei servizi (oggi già resi) e l’esercizio delle competenze (oggi già esercitate) al cittadino in una virtuosa competizione e verifica che semmai mira a ridurre i costi e individuare gli sprechi, senza tralasciare il dovere di solidarietà nazionale chiaramente enunciato nella legge delega.

Il passaggio ad un nuovo sistema di finanziamento, che ribalta l’impostazione attuale e si fonda sull’autonomia e sulla responsabilità di ogni istituzione territoriale, è molto complesso e comporta uno stravolgimento dell’attuale sistema fiscale.

Per passare dalla spesa storica alla copertura dei fabbisogni standard è necessaria la precisa individuazione delle funzioni che ogni ente svolge e la misurazione delle prestazioni offerte dalle pubbliche amministrazioni.

Per raggiungere questi obiettivi storici occorre cambiare profondamente il modo di funzionare delle amministrazioni, armonizzare i loro sistemi finanziari e contabili, trasformare l’amministrazione centrale da soggetto gestore dei trasferimenti a soggetto che, a partire dalla conoscenza e il confronto delle prestazioni delle diverse amministrazioni, sia in grado di regolare e incentivare in modo appropriato il funzionamento del sistema repubblicano, utilizzando fino in fondo i principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza dell’art. 118 della Costituzione.

In realtà, molti pensano che per dare risorse in più al Nord occorra aumentare le entrate – cosa difficilissima – perché al Sud non si dovrebbero ridurre i trasferimenti statali.

Si teme come foriera di tensioni sociali col Sud la proposta, prevista dall’attuale ipotesi di federalismo fiscale, di regolare i trasferimenti dello Stato alle Regioni ed agli Enti Locali attraverso l’introduzione del principio della spesa standard per cittadino in sostituzione del criterio della spesa storica – più alta in Meridione.

Il problema sta proprio in questo dato strutturale: il pubblico ha sostenuto al Sud costi occupazionali improduttivi per sopperire alla debolezza dell’offerta di lavoro privato.

Ma tale politica ha depresso lo spirito di iniziativa e gonfiato il debito pubblico a dismisura.

Con l’ultima finanziaria si è giunti al punto di rottura. Gli Enti Locali ormai non dispongono più nemmeno delle risorse essenziali per i servizi di base. Oltre non si può andare.

La riforma dello Stato in senso federale non deve far venir meno, anzi dovrà rafforzare, il tema della “solidarietà nazionale”, che va però ripensato e riattuato in termini certamente più efficienti ed efficaci.

Il Nord non può negare l’aiuto al Sud, ma esso va ricontrattato mettendo in discussione le posizioni acquisite e lavorando su specifici progetti di sviluppo tarati sulle logiche delle alleanze fra i distretti produttivi del Nord e del Sud.

In questo potrebbero riuscire meglio dello Stato centrale – che ha ampiamente fallito in questi decenni – le Regioni federate, senza per questo leggere attentati all’unità nazionale o il venir meno del concetto stesso di Stato.

Del resto, affermare ciò oggi non contrasta più con la Costituzione. Infatti, la riforma costituzionale del 2001 – seppure per molti versi confusa e incompleta – contiene almeno una affermazione importante all’art. 114: “La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato.”.

E’così venuta meno l’identità stretta fra Repubblica e Stato.

Il bene supremo dell’unità della Repubblica non coincide più con l’unità dello Stato bensì con l’armonia dei diversi livelli amministrativi.

Per questi motivi, le Regioni e le autonomie locali hanno sempre sottolineato la necessità di affrontare insieme il tema del federalismo fiscale e il tema del federalismo istituzionale. Non si può costruire un sistema fondato sull’individuazione dei fabbisogni standard di ogni livello di governo se non c’è una chiara individuazione di “chi fa che cosa”.

Molta attesa è posta per l’approvazione definitiva del Codice delle Autonomie da parte del Senato nonché per i prossimi decreti attuativi previsti dalla legge delega sul federalismo fiscale.

E’ infine fortemente auspicabile che il Governo accetti il confronto fortemente richiesto da Regioni e Autonomie Locali in sede di approvazione definitiva della manovra finanziaria e sancito nell’accordo Governo-Enti Locali del 9 luglio scorso che ha fissato i seguenti punti:

1. Il Governo si impegna ad approvare entro il 31 luglio in Consiglio dei Ministri lo schema di decreto legislativo attuativo della legge n.42/09 in materia di entrate dei comuni ed entro settembre lo schema di decreto legislativo attuativo della legge n.42/09 in materia di entrate delle province, previo accordo in Conferenza Unificata.

2. Il Governo si impegna ad aprire un tavolo di monitoraggio presso la conferenza stato città ed autonomie locali che entro il 30 ottobre verifichi la possibilità, compatibilmente con i vincoli di finanza pubblica, di misure volte a:
- aumentare la percentuale di residui passivi da poter sfoltire;
- assorbire i tagli dei trasferimenti all’interno degli obiettivi del patto di stabilità interno, da rimodulare secondo criteri di merito e di virtuosità da definire congiuntamente in sede di conferenza stato città ed autonomie locali;
- prevedere che la funzione amministrativa catastale sia attribuita ai comuni e siano riservati all’Agenzia del territorio i compiti di coordinamento e vigilanza.

3. Il tavolo di monitoraggio di cui al punto 2, fermi restando i saldi a carico di ogni singolo comparto, verificherà la possibilità di rimodulare nel profilo temporale anche in relazione agli effetti attesi positivi del federalismo fiscale, le somme previste per ogni singolo anno.

4. Le parti concordano sulla necessità di riconoscere a Comuni e Province massima autonomia nella gestione delle risorse umane, per i comuni e le province che hanno una spesa di personale virtuosa, fermi restando gli effetti economici dell’applicazione della manovra finanziaria.


 

* Direttore Generale e Dirigente del Settore Ambiente e Pianificazione Territoriale della Provincia di Treviso
 

 


Pubblicato su www.AmbienteDiritto.it l'1/9/2010

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